Questi mesi di “quarantena” sono stati per molti di noi occasione per riscoprirci “artisti”: chi dell’arte di panificare, chi di quella di lavorare in condizioni al limite del paradossare e chi di “trasformare” il proprio salotto in mille mondi diversi: quello che un attimo prima era un’aula scolastica, l’attimo successivo è stata una palestra o la tana degli indiani.

Questi mesi ci hanno aiutato ad allenare flessibilità, problem solving e capacità di guardare quel poco che avevamo a disposizione in mille modi diversi. Saper trasformare il dato di realtà in qualcosa d’altro è quello che ci ha permesso, in molte occasioni, di dilatare lo spazio racchiuso tra le mura della nostra abitazione. È proprio da qui che mi piacerebbe iniziare la mia ode al materiale di riciclo. Dalla capacità di trasformare…

Definiamo di riciclo tutto quel materiale, che, espletata la propria canonica funzione, appare destinato al cestino dei rifiuti. Destino infausto o provvidenziale?

Assolutamente provvidenziale: tutto questo è grazia per l’oggetto in questione. Cadendo nel cestino esso viene de-funzionalizzato, perde il suo valore iniziale e si fa “neutro”. È ora capace di assumere di ri-assumere infiniti significati.

Come? Grazie ad un nuovo sguardo che si posa su di lui…

…un tubo di cartone diventa un cannocchiale e uno scatolone un’auto da corsa…

Lo scarto offre, a chi osserva, un’occasione per sedimentare l’abitudine ad osservare la realtà secondo punti di vista differenti e insoliti: andando oltre il dato oggettivo e di funzione, si diventa capaci di esplorare l’oggetto fino a godere del suo potenziale ludico e costruttivo.

Sedersi dentro uno scatole, mentre il tuo papà ti traina lungo tutto il salotto, non ha forse una marcia in più?

Improvvisare un concerto scuotendo la carta stagnola, sfidarsi in una battaglia di palle di giornale e inforcare un tubo di cartone per avventurarsi alla ricerca del leone, non sono forse delle avventure del quotidiano che questo materiale può regalarci?

Dimentico ciò che ho appreso secondo consuetudine e trovo nuove modalità espressive capaci di generare meraviglia.

Il materiale di riciclo non esaurisce mai la propria carica trasformativa: ciò che è un giorno, può non esserlo quello successivo e, grazie a questa sua prerogativa, permette all’adulto che accompagna nel gioco, di pensare proposte via via più complesse. L’occasione di assemblare, ad esempio, tra di loro più elementi – tante scatole per creare un castello – permette di attivare importanti risorse di problem solving. Dovendo far fronte ad alcuni piccoli ostacoli di natura “progettuale” – come faccio issare la torre usando due rotoli di cartone? – sono condotto ad elaborare strategie e soluzioni di volta in volta efficaci sulla base della situazione e dei miei intenti.

Per di più, il doversi confrontare con un “problema”, accompagna i piccoli in un percorso di autonomie da un lato, e di cooperazione, dall’altro. Dove non riesco io, può venirmi in aiuto il compagno di gioco, che è lì a suggerire una via alternativa per arrivare ad una soluzione comune.

Siamo partiti da uno scarto – qualcosa di inutile, che non serve più- e abbiamo scoperto il suo grande potere: aprire lo sguardo alla scoperta delle preziosità di ciò che è povero e non per questo meno dignitoso. Partendo da un materiale umile, si possono sperimentare infinite meraviglie.

Per concludere, vorrei fare un accenno ad alcuni spunti non trascurabili: i materiali di riciclo non hanno un costo, sono facilmente reperibili – in ogni casa ciascuno può trovare il proprio piccolo tesoro – e il loro utilizzo ci aiuta ad inserirci all’interno di un contesto più ampio, ma tanto urgente: il riciclaggio dei rifiuti e la tutela dell’ambiente, a cui possiamo allenare fin da subito i nostri bambini.

 

Quindi?

Dateci una scatola, ne faremo un tesoro!

Annalisa Castelli, Esperta di Laboratori Esperienziali